Articolo pubblicato per Econopoly e Il Sole 24 Ore

Pubblichiamo il secondo di quattro lavori premiati da Tortuga Call for Policy Papers, un concorso di policy brief rivolto a studenti e studentesse di magistrale e ultimo anno di triennale, e giovani ricercatori e ricercatrici. L’obiettivo è individuare alcune proposte di policy di potenziale impatto per lo scenario italiano e raccogliere idee dalle nuove generazioni. Dopo i vincitori della categoria junior, di seguito l’articolo scritto da uno dei tre gruppi finalisti della categoria senior, composto da Alessandro Pompa Pacchi (dottorando presso Barcelona School of Economics e Universitat Pompeu Fabra) e Flavio Squartini (dottorando presso l’Università di Ghent).


Sintesi

  • La pandemia ha avuto un impatto significativo sui percorsi educativi degli studenti italiani, nonostante l’utilizzo di strumenti educativi alternativi resi possibili dai sistemi di didattica a distanza (DaD).
  • L’opinione pubblica si è spesso focalizzata sul ruolo delle scuole nella diffusione del contagio, dimenticando l’argomento dell’apprendimento degli studenti.
  • Il Report Invalsi 2021 fornisce evidenze statistiche sulla perdita di apprendimento subita dai nostri studenti, mostrando un peggioramento significativo del rendimento degli studenti delle scuole primarie e secondarie.
  • Il nostro policy report, presentato alla Tortuga Call for Policy Papers 2022, cerca di analizzare più in dettaglio gli effetti della chiusura delle scuole sulla perdita di apprendimento.
  • I risultati mostrano che, in media, gli studenti hanno perso l’equivalente di tre mesi di lezione, con effetti maggiori sugli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e su quelli che hanno un basso rendimento iniziale. Inoltre, i risultati suggeriscono che la DaD non può essere considerata una soluzione adeguata per compensare la perdita di apprendimento causata dalla chiusura delle scuole.

Ci siamo già scordati della pandemia?

Mentre si è riacceso il dibattito sul tema scuola, l’Italia sembra essersi già dimenticata del drammatico impatto che la pandemia da Covid-19 ha avuto sul percorso formativo degli studenti italiani, nonostante il ricorso a strumenti educativi alternativi resi possibili dai sistemi di didattica a distanza (DaD). Troppo spesso negli ultimi due anni la pubblica opinione ha acceso un faro sulla scuola esclusivamente per valutarne il ruolo nella diffusione del contagio, limitando la discussione al tema dell’opportunità o meno di tenere chiuse le scuole, dimenticando invece il tema dell’apprendimento degli studenti.

Con il DPCM del 4 marzo 2020, l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte disponeva la sospensione delle attività didattiche in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Tale chiusura fu poi protratta ininterrottamente fino alla fine dell’anno scolastico 2019/2020.

Successivamente, con l’inizio del nuovo anno scolastico e l’arrivo della seconda ondata della pandemia, scattarono nuove misure restrittive, includendo ancora una volta scuole e università. Il risultato fu che, come riportato in una nota della Banca d’Italia sulla DaD, nella prima metà dell’a.s. 2020/2021 le scuole primarie e secondarie di primo grado svolsero la quasi totalità delle ore di lezione in presenza, mentre nelle scuole secondarie di secondo grado si tenne in presenza meno del 50% della didattica.

Fonte: Nota Covid-19 della Banca d’Italia, 21 maggio 2021, Bovini G. e De Philippis M.

Il difficile compromesso tra salute e istruzione

Se è vero che la chiusura delle scuole ha avuto come obiettivo principiale il contenimento dei contagi, non possiamo non rilevare l’impatto significativo sull’apprendimento degli studenti, fin qui troppo spesso ignorato, o quantomeno sottostimato. In Italia non si è parlato a sufficienza dell’esistenza di questo implicito trade-off tra salute e istruzione, né nel mondo accademico, né nel dibattito pubblico.

A questo proposito, segnaliamo, da una parte, lo studio dei ricercatori Amodio e altri che analizza il contributo delle scuole al contagio, dall’altra il Report Invalsi 2021 che fornisce evidenza statistica della perdita di apprendimento sofferta dai nostri studenti. Quest’ultimo evidenzia un peggioramento significativo del rendimento degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, registrando una percentuale superiore al 40% di studenti che non raggiungono “risultati adeguati”, secondo la definizione delle Indicazioni Nazionali del Miur (questo dato si attestava tra i 5 e i 9 punti percentuali in meno nel 2018 e 2019).

La perdita di apprendimento è misurabile

Nel nostro policy report, presentato alla Tortuga Call for Policy Papers 2022, cerchiamo di analizzare più nel dettaglio ciò che si nasconde dietro la sintesi dei dati del Report Invalsi, stimando con strumenti statistici gli effetti della chiusura delle scuole sulla perdita educativa degli studenti italiani. I risultati della nostra analisi mostrano che, al netto di differenze economiche e sociali, la perdita educativa (misurata tramite il punteggio medio dei test Invalsi) è stata più severa per gli studenti dei gradi di istruzione più avanzati.

In particolare, risulta che gli studenti delle scuole secondarie (di primo e secondo grado) abbiano sofferto un calo dei loro risultati rispetto agli anni precedenti che varia tra il 2% e il 6% in italiano e matematica. Inoltre, questa perdita dell’apprendimento è stata più intensa nelle regioni nelle quali la didattica in presenza ha visto una sospensione più lunga durante l’anno scolastico 2020/2021: per ogni 10 ore aggiuntive di didattica non svolta interamente in presenza si stima un ulteriore effetto negativo pari allo 0,6%.

Il dilemma da risolvere

Visti gli effetti drammatici che la chiusura delle scuole ha avuto sull’apprendimento degli studenti italiani, documentati nel nostro report, è il caso di rivalutare il trade-off tra salute e istruzione. Innanzitutto, occorre considerare che le perdite di apprendimento verificatesi nel corso degli ultimi anni avranno delle conseguenze di lungo periodo per un’intera generazione di giovani italiani e queste, a loro volta, si ripercuoteranno sull’intero sistema Paese. Possibili gli effetti negativi sotto il profilo delle disuguaglianze e della crescita economica (come documentato in uno studio degli economisti Hanushek e Woessmann).

In quest’ottica è dunque necessario rivedere il paradigma secondo il quale le scuole rappresentano il settore più facilmente sacrificabile nel contrasto alla pandemia e implementare politiche di prevenzione del contagio più simili a quelle di paesi come la Francia, dove, secondo i dati Unesco, le chiusure (totali o parziali) delle scuole dall’inizio della pandemia sono durate rispettivamente 12 settimane, contro le 38 italiane.

Per prendere decisioni più consapevoli in questa direzione è necessario da un lato analizzare più nel dettaglio il ruolo che le scuole hanno avuto nella diffusione/contenimento del contagio, dall’altro, produrre ulteriori stime della perdita educativa maturata durante la pandemia. È pertanto indispensabile disporre dei dati su contagi/decessi da Covid-19 nonché sui risultati Invalsi a livello disaggregato e granulare. È altresì fondamentale che questi dati possano essere incrociati facilmente con altre banche dati disponibili.

Monitorare il vuoto educativo per recuperare quanto perduto

Per affrontare al meglio la sfida posta dalla perdita dell’apprendimento ci sono, a nostro avviso, due linee di azione parallele da seguire.

Innanzitutto, sarà necessario monitorare in maniera continuativa la perdita educativa dei nostri studenti. Per raggiungere questo obbiettivo parrebbe opportuno estendere le prove Invalsi per ogni anno scolastico così da poter analizzare in modo capillare lo stato di salute del sistema scolastico e monitorare di anno in anno gli obiettivi formativi raggiunti da ogni coorte.

In questa sede è pertanto opportuno sottolineare quanto siano preziose le informazioni fornite dai test Invalsi per valutare e proporre politiche in materia di scuola, soprattutto poiché non di rado riemerge l’ipotesi di abolirli. Come denunciato da Roberto Ricci, presidente di Invalsi, una simile decisione ci priverebbe di una fonte di dati standardizzata e disponibile per tutti i paesi europei, necessaria per diagnosticare le problematiche legate all’apprendimento scolastico e mettere a punto le soluzioni più idonee.

Apprendimento, politiche scolatiche mirate per ridurre il danno

Parallelamente a questa attività di monitoraggio, è fondamentale ridurre le perdite di apprendimento (e, in generale, migliorare i livelli di competenze dei nostri studenti, già prima della pandemia tra i peggiori in Europa) tramite l’implementazione di politiche scolastiche mirate, basate su dati comparabili, come quelli forniti dai test Invalsi.

Tra queste, l’Ocse suggerisce di aumentare il tempo dedicato alla didattica nel corso dell’anno, focalizzando lo studio più in classe che a casa, così da ridurre le disuguaglianze di apprendimento legate al contesto socio-familiare (documentate in diversi studi come quelli degli economisti Agostinelli e altri o quello del ricercatore Rønning) e di concentrarsi sull’insegnamento dei fondamentali delle materie, ridisegnando i curricula, spesso troppo vasti o ambiziosi, così da focalizzare l’insegnamento su nozioni cardine e sullo sviluppo di competenze trasversali.

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