Articolo pubblicato per Euractiv, in collaborazione con Corriere della Sera

Con l’implementazione di misure più o meno severe di lockdown, si è assistito in Europa a un aumento consistente del tempo passato tra le mura domestiche. L’importanza di vivere in uno spazio dignitoso è emersa come urgenza non più rimandabile. Si è tornato a parlare con decisione di diritto all’abitare, in termini di accessibilità economica e di adeguatezza della soluzione abitativa. Le dimensioni utilizzate per valutare l’incidenza del disagio abitativo sono relative alla sostenibilità economica dell’alloggio rispetto al reddito familiare e alle condizioni materiali dell’abitazione. A questi si accompagnano le valutazioni sugli investimenti, pubblici e privati, che contribuiscono ad arginare le situazioni di povertà abitativa. Qual è quindi lo stato attuale delle politiche europee?

A gennaio 2021 si è espresso in materia il Parlamento europeo, approvando una risoluzione volta a permettere a tutti i cittadini e le cittadine l’accesso a soluzioni abitative dignitose e sostenibili. Il documento raccoglie le linee di indirizzo per gli Stati membri per ridurre il numero dei senza-fissa dimora e rendere il mercato immobiliare più inclusivo.

Eppure, nel 2019 il 9,4% della popolazione europea ha visto le spese abitative assorbire almeno il 40% del suo reddito disponibile. Una percentuale che sale al 35,4% per chi è a rischio di povertà. Quando l’abitazione non è dotata di servizi essenziali ed è sovraffollata, le persone che ci vivono sono considerate in grave deprivazione abitativa. È una condizione che ha un’incidenza maggiore nella fascia di popolazione giovane e, complessivamente, i dati mostrano che i gruppi più vulnerabili al disagio abitativo sono le famiglie in affitto e con i redditi più bassi. Il tasso di sovraffollamento in Europa è del 17,2% e in Italia arriva a raddoppiare dal primo all’ ultimo quintile di reddito (Figura 1), confermando la correlazione del fenomeno con la povertà.Un recente rapporto descrive un’Europa con una domanda sempre maggiore per il social housing in risposta all’alto livello di bisogni insoddisfatti. Le politiche di supporto all’housing nei Paesi europei sono eterogenee, ma è possibile identificare delle tendenze comuni precedenti al Covid-19. La questione abitativa è un problema strutturale affrontato con un patchwork di interventi: offerta di housing pubblico, trasferimenti monetari alle famiglie per sostenere le spese di affitto, e controllo dei prezzi sul mercato immobiliare. I diversi gradi di attivismo in questo ambito di policy sono ben rappresentati dall’eterogeneità dello stock di housing pubblico sul totale (Fig.2). Una caratteristica comune è la diminuzione dell’investimento pubblico nel settore – anche tramite la cessione del patrimonio abitativo pubblico a enti no-profit – ben rappresentata in Germania e Regno Unito.

In Germania lo stock di housing pubblico (2,9%) è in continua diminuzione dal 2002. Secondo le stime del sindacato tedesco per l’housing (GdW) sarebbero necessarie 320.000 nuove abitazioni ogni anno per soddisfare la domanda, di cui 80.000 in social housing. Anche nel Regno Unito si registra un progressivo ma costante disinvestimento da parte dei governi nel social housing: se nel 1994-1995 il 23% della popolazione viveva in alloggi popolari, oggi la quota si è abbassata al 17%.

Rispetto a 20 anni fa, il numero di persone in affitto a libero mercato è passato dal 10% al 19%: circa un terzo di queste vive in condizioni di povertà. Secondo l’English Housing Survey il 23% degli alloggi in affitto non soddisfa le condizioni di decenza abitativa a fronte di un 16% delle case di proprietà. Questa situazione diventa ancora più insostenibile se si considera che gli aumenti dell’affitto non sono regolamentati in Inghilterra e Galles. Questo fattore, unito a insufficienti finanziamenti dei sussidi per le famiglie in affitto, ha reso il 92% delle aree in Gran Bretagna inaccessibile per i single o una coppia o una piccola famiglia nel 2018/19. Per contrastare l’aumento dei prezzi in Germania (+53% nell’ultimo decennio) nel 2015 è invece entrata in vigore una legge che stabilisce un tetto al canone di locazione pari al 10% dell’affitto locale comparato su base regionale. Inoltre, a Berlino, dove il problema è particolarmente accentuato, il governo municipale ha cercato di porre rimedio attraverso un rent cap, la cui efficacia è ancora molto dibattuta (Figura 2).

Il secondo tratto strutturale in Europa è il protagonismo delle città nelle politiche abitative.  In Francia e in Austria ad esempio le autorità locali devono rispettare degli obiettivi di abitazioni a prezzi sostenibiliIn Francia il 16% dello stock immobiliare ad uso abitativo è pubblico, più del triplo della percentuale registrata in Italia (4.2%). La gestione delle abitazioni è affidata a una rete di società e associazioni (HLM). Le società HLM si occupano di tutte le fasi che vanno dalla costruzione alla gestione degli appartamenti. Un sistema di soglie di reddito regola l’accesso alle abitazioni con canone agevolato. Le soglie sono stabilite a livello nazionale e variano in base alla regione in cui si trova l’immobile e al numero dei componenti familiari. Per poter richiedere un’abitazione un single non deve superare 27.256 € di reddito annuo, per una coppia il limite sale 36.397 € e cresce ulteriormente a 43.771 € annui per le giovani coppie. Sono soglie pensate per permettere eterogeneità socioeconomica tra i beneficiari del social housing.

Una terza tendenza comune riguarda l’evoluzione dei fornitori di housing in Europa che stanno ampliando oltre all’alloggio la gamma di servizi rivolti alle famiglie in difficoltà. L’approccio integrato è anche alla base del successo delle politiche abitative finlandesi per aiutare i senza fissa dimora. Nel Paese scandinavo i senzatetto sono poche centinaia, un numero esiguo rispetto agli altri Stati europei. Questo successo è il risultato del modello Housing First che ha fornito alloggi ad oltre 12.000 persone. L’ottimo risultato delle politiche abitative finlandesi risiede in un deciso cambio di mentalità. Fino agli anni ’80, un senzatetto in Finlandia poteva ottenere una casa solo dopo aver dimostrato la propria accettabilità sociale. Nel caso di persone che facevano uso di droga, ciò implicava l’aver portato a termine con successo un percorso di disintossicazione. Di conseguenza, un senzatetto vedeva un’abitazione permanente come sogno lontano. Nel modello Housing First, invece, un’abitazione non è una ricompensa ma il fondamento su cui viene ricomposto il resto della vita. Vi sono quindi tendenze comuni e forti differenze nelle politiche pubbliche di contrasto al disagio abitativo.

In Europa possiamo osservare il modello universalistico e integrato dei Paesi scandinavi, approcci mirati ai soggetti più fragili con un forte protagonismo dello Stato e casi di disimpegno progressivo e marginalità dell’attore pubblico. In un prossimo contributo vedremo dove si posiziona l’Italia in questo contesto e quali lezioni può apprendere dall’Europa.

Ha collaborato con Tortuga all’articolo:

Benedetta Mina, laureata in Economia e Politica Economica all’Università di Bologna, è dottoranda in Economics and Finance all’Università di Tor Vergata. Si occupa di misurazione e distribuzione del benessere e di economia pubblica.

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