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Il piano di riforme nazionali che saranno finanziate con i fondi in arrivo dal Next Generation EU deve comprendere interventi a supporto della digitalizzazione del tessuto imprenditoriale italiano.

Come segnalato nelle scorse settimane dalla Commissione Europea nelle linee guida indirizzate all’Italia, è importante che il piano di riforme nazionali supportate da Next Generation EU comprenda interventi a supporto della digitalizzazione del tessuto imprenditoriale italiano. Investire nella digitalizzazione significa, soprattutto nel contesto italiano, intervenire sulla produttività delle imprese, i cui dati mostrano una crescita bassa o nulla dagli anni ’90 ad oggi. Abbiamo individuato quattro aree d’intervento per mettere i fondi europei al servizio dello sviluppo delle imprese italiane: competenze, infrastrutture, liquidità e management.

Competenze


Quando si parla di produttività e valore aggiunto, non si può trascurare l’importanza delle competenze. Purtroppo, quest’anno, l’Italia si assesta all’ultimo posto in termini di “dimensione del capitale umano”: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% nell’Ue) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (33% nell’Ue). Ciò si ripercuote sulla prestazione e sulla competitività delle imprese. Occorre intervenire e potenziare sia le competenze digitali di base che quelle di chi fa impresa. All’interno del piano Italia 2025, si stabilisce una sinergia tra settore pubblico e privato con lo scopo di organizzare iniziative per combattere l’analfabetismo digitale e sviluppare competenze digitali tramite i cosiddetti percorsi di upskilling o reskilling. Al momento questi progetti sono finanziati da bandi europei nell’ambito del programma Digital Europe che ha previsto per il settennio 2021-2027 fino a 1,3 miliardi per potenziare l’utilizzo delle tecnologie digitali di tutta l’economia europea. Le risorse di Next Generation EU potrebbero essere impiegate a sostegno della diffusione capillare di queste risorse in tutto il tessuto produttivo italiano, raddoppiando l’investimento europeo e affiancando un sistema nazionale di formazione digitale simile, modellato sulle esigenze produttive e territoriali italiane. Inoltre, è importante che la cooperazione tra il settore della ricerca e l’industria faccia uso delle risorse europee per consolidarsi, dove opportuno, con una regia centrale che dia supporto e investa nei settori strategici, ampliando le disponibilità del neonato Fondo Nazionale per l’innovazione, il quale al momento ha 1 miliardo di euro di fondi stanziati.

Infrastrutture


Per quanto riguarda le infrastrutture necessarie, secondo il report Digital Economy and Society Index 2020, l’Italia si trova ancora ben al di sotto della media europea, al 25esimo posto sui 28 stati membri per quanto riguarda connettività, uso di internet e tecnologie digitali, capitale umano e servizi pubblici digitali. In particolare, l’indice di Business Digitalization, che considera l’uso di meccanismi elettronici di scambio di informazioni, uso di cloud, big data e social media, è di 34 punti su 100 per l’Italia, mentre paesi più virtuosi come Finlandia e Olanda raggiungono o superano i 75 punti.

Dall’analisi del Digital Intesity Index, che valuta con un punteggio da 0 a 12 l’uso di diverse tecnologie digitali a livello di impresa, emerge che in Italia quasi il 50% delle imprese rimane solamente entro i 3 punti. Per far fronte a queste mancanze sono stati istituiti i programmi Transizione 4.0, Italia 2025 e il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione che promuovono la trasformazione digitale delle imprese e della PA. Le nuove risorse in arrivo dall’Europa dovrebbero essere impiegate a sostegno di questi programmi e del ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, di recente formazione.

Liquidità


Il terzo ambito di intervento che suggeriamo riguarda la disponibilità di liquidità delle imprese. La mancanza di accesso a canali di finanziamento esterno è infatti un forte limite allo sviluppo: raramente si hanno le risorse per investire in processi o prodotti innovativi servendosi solo di mezzi propri. Il canale preferenziale per attingere a liquidità esterna in Italia è il credito bancario, che però è spesso troppo costoso, specie per le imprese più giovani a vocazione digitale, che mancano di beni tangibili da offrire in garanzia, generando un’allocazione delle risorse spesso inefficiente. Sarebbe quindi opportuno impiegare le risorse del Recovery Fund per favorire canali alternativi, come il private equity o la quotazione azionaria, attraverso incentivi fiscali. Una misura del genere, inoltre, permetterebbe di contrastare l’eccessiva sottocapitalizzazione delle imprese italiane, causa di scarsa solidità ed eccessiva esposizione alle diverse fasi del ciclo economico.

Management


Un tema legato indirettamente alla quotazione azionaria è quello delle competenze manageriali. Un azionariato diffuso permetterebbe infatti una scelta più oculata delle figure ai vertici delle aziende, che nel caso di molte imprese familiari tendono invece a coincidere con la proprietà, con effetti deleteri sulla qualità delle pratiche manageriali. Un problema centrale del tessuto imprenditoriale italiano è infatti la preponderanza di piccole imprese a conduzione familiare, con poche ambizioni di crescita e grande avversione al rischio, quindi meno inclini all’adozione di nuove tecnologie. Una tassazione dell’eredità dei patrimoni aziendali, a oggi esentati, unita a un piano di incentivi alle fusioni, permetterebbe una migliore selezione del management italiano, basato su vocazione e competenze anziché eredità e rendita.

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