Articolo pubblicato per HuffPost Italia

Mentre il Family Act viene discusso al senato, grazie anche alle iniziative del movimento Il Giusto Mezzo, l’occupazione femminile è protagonista nel dibattito pubblico ed è stata inserita tra le priorità del governo per il Recovery Plan.

A giugno scorso, in seguito all’approvazione del Family Act in Consiglio dei ministri, scrivevamo della necessità di politiche familiari eque ed efficaci per affrontare due talloni d’Achille del nostro paese: natalità e occupazione femminile.

Le politiche per la famiglia, però, non devono essere considerate un sinonimo di politiche per l’occupazione femminile: investire in una maggiore partecipazione femminile alla forza lavoro passa necessariamente – ma non si limita – alle politiche per la maternità. Serve allargare l’attenzione dalle sole madri a tutte le donne. Secondo l’Istat, infatti, più di 1 donna su 5 nata a fine anni ’70 decide di non avere figli, il doppio rispetto alle donne nate nel 1950.

Carico di cura: non solo figli

La disparità tra generi in termini di tempo speso per attività domestiche è presente  anche nelle attività non legate alla cura dei figli. Quasi la totalità delle donne italiane (95,5%), contro solo il 70% circa degli uomini,è impegnata nelle attività cosiddette “produttive ma non pagate”, come pulizia, cucina, bucato, cura di famigliari (figli o anziani). Come implicato nella denominazione, queste attività sono produttive: non retribuirle è una scelta con seri risvolti economici.

Investire fondi pubblici nello sviluppo di un settore di cura formale e professionale permetterebbe di promuovere una maggiore accessibilità a questi servizi, spesso appannaggio delle famiglie a medio-alto reddito, nonché garantire migliori condizioni a lavoratrici e lavoratori del settore. Il lavoro domestico, quando non svolto gratuitamente all’interno del nucleo familiare, diventa infatti teatro di lavoro informale a condizioni tutt’altro che dignitose, spesso per categorie marginalizzate quali le donne migranti. 

È fondamentale un approccio duale: da un lato riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro di cura e promuovere investimenti volti alla formalizzazione e professionalizzazione del settore, dall’altro incentivare una distribuzione più equa tra i generi per quella parte del lavoro domestico destinata a rimanere non retribuita. Per questo secondo fine, il lavoro agile potrebbe rappresentare uno strumento utile.

Potenziale e rischi del lavoro agile

Gli accordi di lavoro flessibile (flexible working agreements)hanno un impatto positivo sull’equilibrio vita-lavoro e sulla produttività, ma si scontrano con una bassa diffusione tra le aziende che li propongono e il rischio di diventare uno strumento utilizzato esclusivamente dalle donne come alternativa al part-time. Il Recovery Plan potrebbe essere, invece, l’occasione per incentivare una maggiore diffusione di questa tipologia di accordi a livello aziendale, attraverso un sistema di contrattazione decentrata come discusso nel nostro libro Ci Pensiamo Noi, e promuovere anche la partecipazione maschile a questi accordi.

Tuttavia, è necessario incoraggiare un sistema di lavoro agile su base volontaria che presuppone investimenti in infrastrutture e competenze informatiche. Queste misure vanno inserite in un quadro più ampio di formazione continua del lavoratore di cui il nostro paese ha particolarmente bisogno.

Lo stesso vale per la digitalizzazione, da sostenere anche sotto forma di sgravi fiscali su investimenti atti all’adozione di tecnologie in grado di facilitare l’implementazione dello smart working. Un modello a cui ispirarsi potrebbe essere quello tedesco, dove le camere del commercio e le autorità locali accompagnano le imprese che vogliono introdurre questi contratti tramite consulenze personalizzate, e i lavoratori che vogliono sottoscriverli attraverso aggiornamenti delle loro competenze. Infatti, oltre al capitale, il successo di queste trasformazioni passa attraverso un cambiamento della cultura organizzativa delle imprese stesse.

Next Generation a pari opportunità

Investire sull’occupazione femminile, soprattutto in ambiti ad alta innovazione, è un tassello fondamentale per una società a pari opportunità. Il Recovery Plan, anche chiamato Next Generation EU, è un’occasione da non sprecare per ridurre il carico di lavoro non retribuito che ostacola la partecipazione femminile alla forza lavoro, investendo nei settori di cura alla persona (figli e anziani), incentivando una cultura di equa distribuzione dei carichi di lavoro domestico, e promuovendo una maggiore adozione di schemi di lavoro flessibile per entrambi i generi.

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