Articolo pubblicato su Aula di scienze (Zanichelli)
Proviamo a capire quali sono le conseguenze della politica economica protezionista del governo americano guidato da Trump
Sintesi
- L’Italia negli ultimi dieci anni ha quasi sempre registrato un avanzo della bilancia commerciale, mentre gli Stati Uniti da ormai 50 anni comprano dall’estero più di quanto riescano a vendere
- I dazi sono infatti delle tasse applicate sulle importazioni, che rendono immediatamente più costoso il prodotto straniero sul mercato interno.
- Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di destinazione per l’export italiano, preceduti solo dalla Germania e seguiti dalla Francia.
Il 2 aprile 2025 il mondo si è risvegliato al suono di una parola che sembrava ormai appartenere al passato, dopo decenni di libero mercato e globalizzazione: i dazi doganali. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato ingenti dazi sulle importazioni da tutti i paesi del mondo, promettendo un grande “boom” per l’economia americana, tanto da definire il giorno dell’introduzione di questa misura come il “giorno della liberazione”.
Questa decisione ha riacceso improvvisamente il dibattito sulla guerra commerciale globale, creando incertezza e agitazione tra investitori e consumatori a livello internazionale. Secondo il presidente, l’obiettivo dei dazi è quello di ristabilire l’equità, dopo anni in cui gli Stati Uniti avrebbero subito politiche commerciali scorrette da parte di Europa e Cina.
Ma cosa sono esattamente i dazi? Quali effetti concreti hanno sui prezzi, sui consumatori e sulle aziende? E soprattutto, questi provvedimenti protezionistici rappresentano davvero una soluzione efficace o rischiano di trasformarsi in un autogol economico?
La bilancia commerciale e l’efficienza dei dazi “Trumpiani”
Per comprendere appieno le implicazioni di questa politica e i suoi possibili effetti sul piano globale e, in particolare, per l’Italia, è necessario innanzitutto capire come funziona il commercio internazionale. Nelle economie moderne, le imprese di ogni Paese producono beni e servizi destinati ad altre imprese e ai consumatori finali locali ed esteri, allo stesso modo, i consumatori e le imprese importano quotidianamente beni prodotti in altri Paesi.
La bilancia commerciale viene calcolata come la differenza tra il valore totale delle esportazioni e quello delle importazioni di un Paese. Se un Paese esporta più di quanto importa, si parla di surplus commerciale: in pratica, vende più beni all’estero di quanti ne acquisti. Al contrario, se importa più di quanto esporta, si verifica un deficit commerciale. Nel caso dell’Italia, come mostra il grafico qui sotto, negli ultimi dieci anni il nostro Paese ha quasi sempre registrato un avanzo della bilancia commerciale, fatta eccezione per il 2022. Gli Stati Uniti, invece, si trovano da ormai 50 anni in situazione opposta: comprano dall’estero più di quanto riescano a vendere, accumulando così un deficit commerciale.
Proprio da questa situazione nasce la scelta, da parte del presidente americano, di introdurre nuovi dazi sulle importazioni. Secondo Trump, il disavanzo commerciale danneggia l’economia statunitense, perché il Paese compra dall’estero di più di quanto gli altri paesi comprano dagli USA.
Vista questa situazione, l’idea sembra semplice ed efficace: aumentare il prezzo dei prodotti importati tramite l’introduzione di dazi doganali, rendendo così più convenienti i beni prodotti negli Stati Uniti. I dazi sono infatti delle tasse applicate sulle importazioni, che rendono immediatamente più costoso il prodotto straniero sul mercato interno. Ad esempio, se un’auto proveniente dalla Cina costava prima 20.000 dollari, con un dazio del 25% il prezzo salirebbe a 25.000 dollari. Questo aumento rende meno competitivi i prodotti stranieri, favorendo quelli nazionali. Tuttavia, la situazione è più complessa di quanto sembri: non tutti i beni importati possono essere facilmente sostituiti con prodotti locali, e questo potrebbe portare a inefficienze e danni economici nel lungo periodo.
In primo luogo, i beni importati sono spesso quelli che le imprese locali non riescono a produrre in modo efficiente, oppure che richiedono competenze, tecnologie o materie prime non facilmente reperibili a livello nazionale. Per questo motivo, molte aziende potrebbero non seguire l’invito a riportare la produzione negli Stati Uniti, continuando invece a importare gli stessi beni, ma a costi maggiori.
Un esempio emblematico è il caffè, bene di largo consumo negli Stati Uniti, importato prevalentemente da Brasile, Colombia e Vietnam. Se solo una catena di supermercati aumentasse i prezzi, rischierebbe di perdere clienti, ma, se tutte le catene fossero costrette a farlo a causa dei dazi, i consumatori avrebbero poche alternative. Infatti, nel caso di beni a domanda rigida, le imprese riescono più facilmente a trasferire l’onere dei dazi sui clienti finali.
Anche l’offerta può risultare rigida nel breve periodo, poiché le imprese hanno bisogno di tempo per adeguare i propri processi produttivi alle nuove condizioni. Se non riuscissero a trasferire i rincari sui consumatori, sarebbero costrette a ridurre i costi, ad esempio tagliando l’occupazione o rinunciando a nuove assunzioni.
In questo contesto, i dazi rischiano di tradursi in un aumento dei prezzi al consumo anziché aumentare la produzione domestica, colpendo soprattutto le famiglie a basso reddito. Si tratta, infatti, di una forma di tassazione indiretta e regressiva, che finisce per accentuare le disuguaglianze anziché ridurle. Sul fronte produttivo, le imprese statunitensi si troverebbero ad affrontare costi più elevati, con una conseguente perdita di competitività sui mercati internazionali. Il risultato potrebbe essere una contrazione della domanda estera per i beni americani e, paradossalmente, un peggioramento della bilancia commerciale.
Quali conseguenze per l’Italia
Ma quali potrebbero essere le conseguenze concrete di questa politica per l’Italia? Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di destinazione per l’export italiano, preceduti solo dalla Germania e seguiti dalla Francia. Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, riportati nella figura seguente, nel 2024 le esportazioni italiane verso gli USA hanno raggiunto i 64,8 miliardi di euro, pari al 10,4% del totale dell’export nazionale. L’introduzione di dazi del 20% rischia di compromettere questa dinamica. A essere più colpiti sarebbero proprio i settori che costituiscono il cuore dell’export italiano verso il mercato americano. Nel 2024, secondo il Ministero degli Esteri, il settore dei macchinari e apparecchiature ha superato i 12,8 miliardi di euro di esportazioni verso gli USA, rappresentando da solo una fetta importante dell’export totale. Seguono i prodotti farmaceutici (oltre 10 miliardi), le apparecchiature elettriche (2,88 miliardi), e i prodotti dell’elettronica e ottica, con quasi 1,8 miliardi di euro. La centralità di questi comparti rende evidente come una riduzione della domanda statunitense dovuta ai dazi possa avere ripercussioni rilevanti sull’intero sistema produttivo italiano, rallentando crescita, occupazione e investimenti in filiere ad alto valore aggiunto e fortemente integrate nel mercato globale.
I dazi “Trumpiani” non sono una buona idea
In definitiva, la nuova stagione dei dazi lanciata dagli Stati Uniti ci ricorda quanto le decisioni di politica commerciale possano avere effetti a catena su tutto il sistema economico: dalle imprese ai consumatori, fino agli equilibri geopolitici globali. Se da un lato l’intento di proteggere l’economia nazionale può apparire giustificato, dall’altro è fondamentale considerare le conseguenze non intenzionali che tali misure comportano, sia per gli Stati Uniti che per i loro partner commerciali. L’economia americana rischia di affrontare un nuovo aumento dell’inflazione accompagnato da una crescita debole, a causa della perdita di competitività in alcuni settori. I partner commerciali, dal canto loro, potrebbero perdere quote di mercato, con ripercussioni negative su crescita e occupazione.
In un mondo sempre più interconnesso, chiudersi dietro barriere può sembrare una soluzione rapida, ma rischia di compromettere il funzionamento di mercati complessi costruiti nel tempo. Provvedimenti di questo tipo, infatti, tendono ad alimentare le tensioni internazionali e ad aumentare l’incertezza per le imprese — un contesto tutt’altro che favorevole per investimenti e produzione.


