Articolo scritto per Business Insider Italia

Startup è una parola che ha invaso il linguaggio economico. Esempi di successo come Google, Facebook e le più recenti Uber o Airbnb, i cosiddetti “unicorni” ossia compagnie da oltre $1 miliardo di valutazione complessiva, ne hanno mitizzato i tratti. In realtà, il percorso di crescita di una startup è piuttosto travagliato. Creare un’organizzazione che ricerca un modello di business scalabile e redditizio da un’idea innovativa, attraverso finanziamenti in capitale di rischio per crescere in mercati (a volte) competitivi, è ancor oggi un’impresa ardua. Infatti, meno della metà delle startup sopravvivono entro i 5 anni dalla fondazione (Kritikos, 2014). Occorrono competenze specifiche e capitali per affiancare i fondatori nel percorso di crescita. Ecco il ruolo del Venture Capitalist (VC), un investitore di medio-lungo termine il quale, supportando le startup con conoscenze specifiche al settore d’operatività, capitali e network, ne stimola la crescita e ottiene poi un guadagno in conto capitale dalla vendita della partecipazione acquisita.

Secondo UnionCamere, le startup in Italia nel 2019 si concentrano al nord e offrono prevalentemente servizi alle imprese (74%) od operano nel manifatturiero (18%). Un dato interessante: solo il 20% delle startup è a prevalenza di under 35 nella compagine sociale. Insomma, non proprio realtà giovani. Quanto alle dimensioni, il numero medio di addetti è stato di 3,2 per startup, il valore mediano della produzione di 35 mila euro. Realtà molto piccole e spesso in perdita (52% del totale). Perdite che caratterizzano però i primi anni di vita delle startup.

I VC sono fondamentali proprio per la pressione al risultato che mettono alla startup. Dati sul mercato americano (Puri e Zarutskie, 2012) confermano una migliore performance delle imprese finanziate da VC, in termini di maggiore crescita, capitalizzazione e minore probabilità di fallimento. Ma in Italia? Guardando ai volumi di investimenti dei VC siamo noni, ma con ampio distacco dalle prime posizioni. UK, Germania e Francia presentano i maggiori investimenti e numero di operazioni nel 2019. La buona notizia è che gli investimenti di VC in Italia sono cresciuti negli ultimi anni, raggiungendo i 363 mln di euro nel 2018 secondo Venture Capital Monitor, un dato però ancora irrisorio rispetto agli oltre 2 mld per UK e Germania. Crescono anche le startup a quota 10.882 nel 2019 secondo UnionCamere. Se si compara questo dato alle sole 56 operazioni di investimento condotte da VC nel 2018 è evidente la scarsa rilevanza.

Proprio per sopperire alla mancanza di capitale da investitori privati, il governo Letta stanziò fondi pubblici per le startup definite “innovative” secondo alcuni parametri stabiliti dalla legge. Nacque così il piano Smart&Start di Invitalia, potenziato da Renzi e confermato dall’esecutivo giallorosso a fine 2019. Si tratta di un fondo gestito dal Mise, che dal 2014 a oggi ha erogato €264 milioni a 582 startup innovative. I numeri sono quindi molto limitati, considerando che il finanziamento medio annuale è di circa €55 milioni.

Come se non bastasse, Smart&Start concede prestiti a tasso zero da rimborsare in 10 anni: si ripete quindi lo schema di una qualsiasi banca, sebbene il prestatore sia lo Stato. Un ulteriore, grave problema è che tali finanziamenti non sono soggetti a valutazioni di merito, ma vengono erogati in ordine di presentazione della domanda fino ad esaurimento fondi. Su questo punto, la letteratura economica (Shane, 2009) ritiene che sia sbagliato incoraggiare la crescita delle startup con fondi a pioggia, pur se vincolati a determinate richieste. Vi sono vari problemi nei finanziamenti atti ad aumentare il numero delle startup: le nuove attività spesso aprono in settori facilmente accessibili, con basse barriere all’entrata però poco promettenti. E l’incentivo è probabile non venga usato dai migliori imprenditori, in quanto il costo opportunità di iniziare una nuova impresa è minore per un soggetto meno qualificato.

Insomma, non bisogna spingere per la crescita di generiche startup, ma focalizzare le risorse su una minoranza di organizzazioni realmente innovative che abbiano concrete potenzialità di crescita. Come trovarle? Qui, gli esperti sono i VC. Studi nel mercato americano evidenziano infatti che le startup aiutate dai VC hanno un maggior impatto economico in termini di crescita e occupazione.

In quest’ottica, la novità del 2019 è CDP Venture Capital sgr, un fondo partecipato al 30% da Invitalia e al 70% da Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) nato con lo scopo di portare l’ecosistema di VC italiano a volumi paragonabili a quelli europei, che potrebbe rivelarsi particolarmente importante alla luce delle conseguenze economiche della diffusione del coronavirus. La dotazione è di circa 1 miliardo di euro. Al netto delle finalità dichiarate, la ratio della policy (già seguita da altri stati) è di dare una prima iniezione di liquidità e fiducia nel sistema, con l’obiettivo di innescare poi il VC privato: una mossa in principio sensata. I fondi saranno potenzialmente utilizzabili per investimenti diretti in startup, oppure per investimenti indiretti su fondi di VC di società autorizzate da Banca d’Italia: stando alle prime dichiarazioni, la seconda modalità sarà preferita.

A tal proposito restano però nodi da sciogliere: in primis, non è chiaro quali saranno le modalità effettive di investimento indiretto. Da un lato infatti, costituire ad-hoc fondi gestiti internamente pone il problema della scelta delle politiche di investimento, di incentivazione e di compenso, oltre a procrastinare l’operatività (basti pensare ai tempi di reperimento delle competenze). Alternativa logica è l’affidamento della gestione ai VC esistenti, compartecipando ai loro fondi al pari degli altri investitori privati: in questo modo verrebbe assicurato l’incentivo alla performance, che è già garantito dagli standard di mercato. L’effetto sull’economia reale sarebbe inoltre più tempestivo.

Tutto sommato, il fondo rappresenta un’opportunità importante per il settore. La selezione dei target è però fondamentale per evitare un’allocazione inefficiente del capitale. Per questo, una prima fase transitoria basata su VC esistenti può aiutare allo sviluppo delle competenze specifiche necessarie. La scelta di una dotazione pari ad 1 miliardo va però giustificata: dato che il VC in Italia nel 2019 ha investito circa mezzo miliardo, triplicare i volumi in un anno può distorcere il mercato per eccesso d’offerta nonché creare un crowding-out del privato, ossia uno spiazzamento con uscita dei capitali privati dal mercato: anche nell’innovazione, ben venga la quantità, ma la differenza si fa con la qualità.

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