Gli equilibri commerciali internazionali potrebbero essere nuovamente intaccati, questa volta non dai tweet infuocati del presidente americano Trump, quanto dalle emissioni di CO2. Infatti, un recente articolo del Financial Times evidenzia come la rinnovata Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen si appresti ad una battaglia diplomatica – e commerciale – con Cina e Stati Uniti sulla questione climatica. Il pomo della discordia sarebbe il cosiddetto Carbon Border Adjustment, ossia il tentativo di limitare il consumo di prodotti importati in Europa da paesi che mantengono tecniche di produzioni altamente inquinanti beneficiando di costi di produzione – e di conseguenza prezzi al consumo – più bassi, ma a spese dell’ambiente.

Emissioni e prezzi scorretti

La logica è semplice. Noi consumatori prendiamo decisioni sulla base dell’informazione trasmessa dal prezzo di un bene: se il prezzo è troppo alto tenderemo a comprarne meno e la domanda per quel bene diminuirà; se invece il prezzo è basso, saremo portati ad aumentarne il consumo. Il problema è che questi prezzi non incorporano tutti i costi sociali legati alla produzione del bene (o servizio) – come quelli ambientali dovuti ad emissioni – portando a scelte allocative e di consumo improprie. Una soluzione ampiamente utilizzata intende allora incorporare parte del costo ambientale nel prezzo del bene (attraverso una tassa, o una tariffa nel caso di transazioni internazionali). Stratagemma che in economia prende il nome di “internalizzazione di un’esternalità”.

Questi meccanismi compensatori non sono presenti in tutte le regioni commerciali del mondo, né implementati con le stesse modalità. Differenze marcate nella regolamentazione della produzione al fine di limitare le emissioni danno vita al fenomeno del carbon leakage. Questo fenomeno emerge quando, in seguito all’adozione unilaterale di una politica di tutela ambientale da parte di un paese, il volume globale di emissioni non si contrae di quanto sperato. Per esempio, se un paese impone una tassa sui beni prodotti delle imprese domestiche maggiormente inquinanti, il prezzo aumenterà relativamente ai prezzi di prodotti esteri simili non soggetti alla stessa tassa. Questo potrebbe ridurre la domanda per i beni domestici e incentivare il consumo dei beni prodotti all’estero da imprese che continuano a inquinare. Di conseguenza, l’effetto complessivo di questa politica unilaterale sulle emissioni globali è ambiguo. Se da una parte le emissioni domestiche diminuirebbero, in altri paesi potrebbero aumentare data l’assenza di regolamentazione e l’aumento dei consumi stimolato da un incremento dell’export. Nel caso limite in cui le emissioni globali aumentino in seguito a una regolamentazione domestica più stringente si parla di green paradox.

Soluzioni complesse a problemi complessi

Prevedere l’entità del carbon leakage non è semplice in quanto, come appena visto, è un fenomeno che dipende dall’interazione di più elementi, dalle politiche domestiche alle decisioni di produzione di imprese estere. La sua entità è infatti argomento di dibattito tra gli economisti. Recenti stime indicano che a livello globale ogni riduzione di emissioni dovuta all’introduzione di una particolare tassazione provoca l’aumento di emissioni in altri paesi fino al 30% della riduzione osservata, ma in alcuni settori può arrivare a percentuali molto più alte.

I meccanismi per cui questa “perdita” si osserva nel breve periodo sono due.

  • Il primo è la tendenza riscontrata in settori che usano molta energia nei processi produttivi a trasferire le proprie attività in altri paesi, se le tasse sulle emissioni diventano troppo onerose a casa.
  • Il secondo, invece, è una semplice risposta del mercato dell’energia. Infatti, se l’offerta di energia generata da combustibili fossili rimane costante e  la domanda diminuisce per via delle politiche ambientali di alcuni paesi, il prezzo tenderà ad abbassarsi. L’energia diventa allora ancor più conveniente per i paesi che la utilizzano in maniera intensiva nelle loro produzioni e che spesso non sono soggetti ad una regolamentazione ambientale stringente. Il prezzo più basso incentiva quindi maggiori emissioni.

Ma i problemi si ripresentano anche nel lungo periodo.

Per esempio, visti i bassi prezzi dell’energia fossile, paesi con minori strutture e conoscenze nell’ambito della sostenibilità ambientale potrebbero investire invece in tecnologie per sfruttare maggiormente i combustibili fossili, prevedendo un’ulteriore riduzione di prezzo nel futuro. Investimenti di questo genere sono un problema perché le infrastrutture di un paese sono difficili da modificare una volta effettuato l’investimento.

Nemmeno a dirlo, il problema non presenta soluzioni semplici.

Quella migliore senza dubbio sarebbe un coordinamento internazionale sulla tassazione delle emissioni, ma la divergenza degli interessi economici nazionali complica l’adozione di questa soluzione.

Alternative più realistiche sono invece costituite da esenzioni e tariffe. Esentando dalla tassazione le industrie che fanno uso intensivo di energia si evita la delocalizzazione. Al contempo non sfugge a nessuno che se si combattono le emissioni con una tassa e poi coloro che emettono di più ne sono esentati, qualcosa non funziona. Una variante è restituire parte delle tasse pagate alle aziende se esse mostrano miglioramenti tecnologici finalizzati a ridurre le emissioni nel medio periodo.

Le tariffe – come quelle del Carbon Border Adjustment discusso in queste settimane – dovrebbero essere imposte su beni che “importano” emissioni, ossia su beni prodotti da paesi e/o aziende le cui pratiche di produzione non si conformano a determinati standard di rispetto dell’ambiente. E’ tuttavia estremamente difficile distinguere una tariffa sulle emissioni da una politica protezionistica puramente anti-concorrenziale.

Per questo motivo, la World Trade Organization (Wto) ha sempre guardato con un certo scetticismo all’adozione di tali misure. I paesi in via di sviluppo ne uscirebbero inoltre pesantemente penalizzati: basti pensare che le esportazioni cinesi in media sono 3 volte a più alta intensità di emissioni fossili di quelle statunitensi e ben 8 volte più di quelle europee.

Una soluzione che passa dai consumi

Che fare quindi? Una soluzione potrebbe essere l’imposizione di una tariffa sulle emissioni legate alle importazioni pari alla tassa applicata sulle emissioni domestiche, unita alla restituzione del gettito tariffario ai paesi produttori. In questo modo non vi sarebbe il rischio di incorrere nella discriminazione concorrenziale temuta ed osteggiata dalla Wto, sarebbe preservato l’effetto della riduzione di consumi “inquinanti” attraverso un aumento generalizzato dei prezzi di beni soggetti a tariffa e si limiterebbero gli interventi distorsivi sul lato della produzione. A questa soluzione si potrebbe accompagnare, come già si fa in buona parte dei paesi occidentali, un incentivo a adottare tecnologie di produzione innovative. In definitiva, nel mondo globalizzato è preferibile adottare una tassa sul consumo piuttosto che sulla produzione, in modo da forzare – per quanto possibile attraverso interventi unilaterali – i grandi produttori di emissioni  del panorama mondiale a non evitare le proprie responsabilità.

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