Articolo pubblicato su Econopoly – Il Sole24Ore

Dopo un mese dall’introduzione ufficiale, sono state presentate 1.016.977 domande di reddito di cittadinanza. Qualche partito politico parla di “flop”, a causa delle poche – si sostiene – richieste rispetto al numero di poveri in Italia, e di boom di domande al sud, come prova della domanda di assistenzialismo del Mezzogiorno. In questo articolo cerchiamo di analizzare i dati sul reddito di cittadinanza (RdC) per capire fino a che punto queste preliminari analisi siano corrette, oppure se si tratti di pregiudizi.

Dove eravamo sulla povertà

In Italia la povertà è recentemente tornata a essere protagonista sia del dibattito pubblico che di quello parlamentare. All’inizio del nuovo millennio, secondo Istat, il numero di famiglie in condizioni di povertà assoluta in Italia era relativamente contenuto (rappresentando il 3,6% del totale delle famiglie nel 2005). Negli anni della crisi dei debiti sovrani, però, la percentuale di famiglie in povertà è aumentata in quasi tutti i paesi europei, e in particolare in Italia. Il dato ha infatti continuato a crescere fino al 2013, anno in cui ha raggiunto un valore del 6,3%. Dopo un solo anno di decrescita, la percentuale ha ripreso ad aumentare ininterrottamente, tanto che nel 2017 il 6,9% delle famiglie in Italia si trovava in condizioni di povertà assoluta. In altre parole, la povertà non è diminuita nemmeno con la (debole) crescita economica degli ultimi anni. Per risolvere questa condizioni, sono stati introdotti alcuni strumenti di sostegno alle famiglie meno abbienti: il primo è stato il reddito di inclusione (Rei), diventato fruibile nel gennaio 2018. Fino ad allora il nostro era l’unico paese europeo – insieme alla Grecia – a non avere un programma di sostegno alle famiglie meno abbienti simile alle svariate forme di reddito minimo presenti in Europa.

Successo o fallimento?

Da marzo è diventato invece possibile fare richiesta per ricevere il RdC in tutte le regioni italiane. Il numero di richieste effettuate (1 milione) è ben maggiore di quello delle richieste fatte a suo tempo per il Rei (75.885), sia per il maggior rilievo mediatico che è stato riservato alla misura, ma certamente anche per i requisiti reddituali e patrimoniali meno stringenti. L’Istat ha prodotto un modello di microsimulazione che prevede un tasso di utilizzo (take up) del provvedimento pari all’85% del totale teorico delle famiglie interessate e che dovrebbe interessare quindi in totale circa un milione e 308 mila famiglie. Tra le famiglie potenzialmente beneficiarie si stima che 752 mila vivano nel Mezzogiorno (9% delle famiglie residenti), 333 mila al nord (2,7%) e 222 mila al centro (4,1%). Non sembra dunque corretto affermare, a oggi, che la misura non ha ricevuto attenzione da parte dei poveri e che sia stata un fallimento (come invece rischia di essere per altri motivi).

Sud povero o drogato di assistenzialismo?

Inoltre si è discusso molto della suddivisione geografica delle domande di reddito di cittadinanza, in particolare dell’elevato numero di richieste nelle aree del sud Italia: la Campania risulta essere la regione con il maggior numero di richieste (172.175). Seguono Sicilia (161.383), poi Lazio, Puglia e Lombardia. Le regioni con il minor numero di domande sono state invece Valle D’Aosta (1.333), Trentino (3.695) e Molise (6.388). Questo dato è però molto parziale perché non tiene conto delle condizioni economiche delle singole regioni.

Infatti, la percentuale di famiglie in condizioni di povertà relativa nel centro-nord (5,5% a nord-est, 6% a nord-ovest e 8% al centro) corrisponde a circa solo un terzo di quanto si registra nel sud Italia (24%) e nelle isole (26%) percentuali più alte si registrano in Calabria, Sicilia, Campania e Basilicata. La Valle d’Aosta, l’Emilia-Romagna e le province autonome di Trento e di Bolzano presentano invece i dati più positivi. Considerando questo fattore e rapportando le domande al numero di famiglie in povertà relativa (il dato di povertà assoluta non è disponibile per regione), al sud e nelle isole sembra che vi siano state meno domande rispetto al nord (figura 1), a livello relativo.

Figura 1 – Domande di reddito di cittadinanza rapportate al numero di famiglie in povertà relativa per regione

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Fonte: elaborazione Tortuga su dati Istat e Inps;

Il ribaltamento di quella che era la classifica iniziale può essere dovuto a diverse ragioni, tra le quali, ad esempio, un diverso tasso di adesione o il disegno stesso del reddito di cittadinanza. Tra le ipotesi avanzate potrebbe esserci inoltre l’aspettativa di maggiori controlli e la possibilità di emersione di pratiche illegali quali il lavoro nero in alcune regioni del sud, notoriamente più soggette all’incidenza dell’economia sommersa. Inoltre è importante notare che sono arrivate generalmente poche richieste dai giovani. Infatti a metà aprile solo il 3% delle domande presentate è stata avanzata da soggetti sotto i 25 anni e solo il 23% nella fascia d’età 25-40 anni.

Per comprendere la reale risposta delle regioni italiane al reddito di cittadinanza, in realtà, anche quella appena presentata non è una strategia ottimale. Infatti, la soglia di povertà relativa è calcolata a livello nazionale e – dunque –  la povertà potrebbe essere sottostimata in aree del paese caratterizzate da un costo della vita più elevato, come il nord e alcuni centri urbani. Per risolvere il problema, abbiamo ponderato il numero di richieste per le famiglie che arrivano con grande difficoltà alla fine del mese. È vero che Calabria e Sicilia tornano a figurare tra le regioni con un più alto rapporto di domande rispetto al numero di famiglie che arrivano con grande difficoltà a fine mese, ma è possibile anche osservare una più omogenea incidenza di richieste tra le diverse regioni di Italia rispetto a quella presentata inizialmente, basata sui valori assoluti o sul numero di domande rapportate al numero di nuclei familiari. In particolare, guardando alle macro-aree, vediamo come al sud le richieste corrispondono al 51,14% delle famiglie che arrivano con grande difficoltà a fine mese. Al contempo, le isole si attestano su percentuali del 66,94%, il centro del 54,26%, e il nord del 39,19%. Certo, le differenze territoriali rimangono evidenti, come si nota dalla figura 2. Tuttavia, sembrano meno sostanziali di quelle espresse dai meri valori assoluti sui quali si è concentrato il dibattito pubblico.

Figura 2 – Domande di RdC rispetto alle famiglie che arrivano con grande difficoltà a fine mese per regione

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Fonte: elaborazione Tortuga su dati Istat; i dati per Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta non sono disponibili.

Conclusione

Il reddito di cittadinanza ha reso evidente la necessità delle famiglie povere di un sostegno economico. Ci sono state molte richieste, soprattutto nelle regioni più povere e in difficoltà del paese. Nei primi mesi di attuazione, il sussidio ha interessato una buona parte dei destinatari in modo abbastanza omogeneo nelle varie regioni italiane, tenuto conto il numero di destinatari per regione. Infatti, non bisogna analizzare dati assoluti, che dicono poco riguardo la condizione iniziale delle aree del paese, ma indicatori ponderati al tasso di deprivazione economica. Il “boom” di richieste nel sud Italia ha a che fare con la situazione di povertà di tale parte del paese e non a stereotipi geografici, che non dovrebbero avere spazio nell’analisi delle politiche. Ci sono legittimi e seri dubbi sulla capacità del reddito di cittadinanza di raggiungere e sconfiggere la povertà in modo capillare, ma l’errore di valutare in fretta e guidati da pregiudizi la misura introdotta da pochi mesi – come successo anche al Rei – è il peggiore che possiamo commettere.

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