Articolo pubblicato per Econopoly – Il Sole24ORE

Per ammissione dei suoi primi promotori, l’Euro fu adottato come primo passo verso un disegno politico più ampio, che includesse un’unione fiscale europea. Nonostante alcuni passaggi difficili che rallentarono questo processo di integrazione – come la bocciatura della Costituzione europea e l’allargamento a Est – l’unione monetaria comportò un beneficio fondamentale fin da subito: l’armonizzazione al ribasso dei tassi di interessi di tutti i paesi europei. Con la crisi finanziaria e la successiva crisi del debito, tuttavia, l‘incompiutezza di questo progetto di riforma si è rivelata un elemento di estrema debolezza per l’assetto istituzionale europeo. La politica economica dell’Eurozona è infatti impantanata in quello che l’economista Pisani-Ferry ha definito il trilemma impossibile, ossia il tentativo di conciliare tre caratteristiche fondanti dell’architettura dell’Euro che tuttavia non sono sostenibili contemporaneamente.

La prima è il divieto per governi nazionali e istituzioni dell’Unione Europea di finanziare il debito di altri stati membri. La seconda caratteristica è nuovamente un vincolo, ossia il divieto di finanziare i debiti pubblici nazionali attraverso l’acquisto di titoli sovrani da parte della Bce. Tale assetto intende evitare che i singoli paesi attuino politiche economiche espansive scaricandone i costi sugli altri, senza badare ai rischi, con la sicurezza di venir salvati dagli altri paesi: una conseguenza della mancanza di fiducia, e di conseguenza solidarietà, tra i membri della famiglia europea, e dell’assenza di istituzioni capaci di garantire una volontà politica comune. È una situazione imperfetta, ma comprensibile: in qualsiasi comunità si bilanciano diritti e doveri dei singoli membri, soprattutto in assenza di un’autorità che garantisca l’interesse comune. Infine abbiamo un terzo elemento, ovvero la necessità di evitare che le banche detengano titoli pubblici del proprio stato nazionale in proporzioni eccessive. In questo modo si vuole evitare di legare a doppia mano il rischio dei debiti pubblici alla condizione degli istituti di credito, che si troverebbero in difficoltà in caso di deprezzamento dei titoli di stato dovuto a una perdita della fiducia.

Figura 1: il “trilemma impossibile”

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Fonte: Bruegel

L’insieme di queste tre caratteristiche rende l’Eurozona fragile poiché impedisce un’efficace gestione delle crisi dei debiti sovrani, che colpiscono in particolare i paesi con elevate passività. La prima possibile soluzione – risolvere il trilemma, modificando ad esempio il mandato della Bce – implicherebbe rischi per quei paesi, come Germania e Olanda, che hanno in passato costruito un’economia con basso livello di debito pubblico, alta produttività e bassa inflazione, e temono di subire gli azzardi morali di paesi ad alto debito. La seconda opzione, prevalente per il momento, è ignorare il trilemma e tentare di limitare il rischio di crisi, imponendo un doloroso consolidamento fiscale (la famosa austerità) a paesi come Grecia, Italia e Francia.

Entrambe le opzioni comportano possibili reazioni sovraniste nei singoli paesi: ne sono un esempio da un lato le posizioni di Lega e Movimento 5 Stelle in Italia e quelle del Rassemblement National e di France Insoumise in Francia, e dall’altro quelle di AfD e dell’ala estremista della Cdu in Germania.

I passi fatti, e i tanti ancora da fare

Se si esclude l’efficace azione della Bce (in parziale forzatura dei trattati), dal 2011 al 2015 le mosse politiche dell’unione monetaria si sono rivelate un compromesso tra il tamponamento della crisi – con la creazione del fondo salva-stati, oggi Esm – e l’imposizione di riforme strutturali ai paesi soccorsi (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda).

La prima proposta di riforma strutturale dell’Eurozona è arrivata solo successivamente, con il Report dei 5 Presidenti, che proponeva un’assicurazione europea dei depositi e un aumento del bilancio comune europeo. Al report sono seguiti una serie di iniziative, come il report dei 14 economisti, 7 francesi e 7 tedeschi: una proposta molto discussa, che include vari provvedimenti tra cui una penalizzazione per le banche che detengono titoli di stato del proprio paese, l’abolizione del meccanismo del deficit strutturale, regole più chiare sulla spesa, l’introduzione di assicurazioni comuni per depositi e disoccupazione e regole più stringenti per i creditori degli stati membri in caso di default. Tra le linee, il report auspica la creazione di un bilancio comune europeo, fortemente voluto dalla Francia. Nel dicembre scorso una bozza di riforma è stata infine approvata dall’Ecofin, con interventi minimalisti e rinviando i cambiamenti più importanti. Molti paesi hanno infatti posto il veto sulle singole misure – la Germania sull’assicurazione sui depositi, l’Italia sulle norme sui fallimenti bancari, l’Olanda sul bilancio europeo – senza considerare la necessità di uno sforzo comune per uscire dall’impasse: una scelta miope, che ci costringerà a prendere nuove decisioni emergenziali in caso di futuri momenti di crisi.

Cosa fa l’Italia?

L’Italia in questo processo ha assunto un ruolo marginale, indebolita dalla crisi del debito iniziata nel 2011, e si è concentrata maggiormente sulle richieste di flessibilità sul deficit. Unica mosca bianca è stata la proposta del ministero dell’Economia, sotto il governo Renzi, di ottenere un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Tuttavia se fino al governo Gentiloni l’Italia era, timidamente, parte del gruppo promotore di una riforma dell’Eurozona, il governo gialloverde ha invece assunto un ruolo sostanzialmente ostruzionista. Un atteggiamento utile a conquistare consenso interno ma miope se si osserva il lungo periodo: l’Italia ha perso credibilità e sarà complicato ottenere regole più favorevoli (ad esempio, sul trattamento dei creditori in caso di fallimento delle banche) nell’attuale posizione di isolamento. Non ci sono alternative: il nostro paese è cresciuto poco negli ultimi decenni, a causa di problemi strutturali che hanno acuito le debolezze dell’unione monetaria, ma uscire dall’Eurozona non sarebbe un modo per recuperare terreno. Anzi, potrebbe essere estremamente dannoso per la nostra economia, come abbiamo evidenziato in questo report in collaborazione con la Fondazione Ottimisti&Razionali.

La strategia più lungimirante sarebbe invece riposizionarsi in modo proattivo sulla riforma dell’Eurozona, in particolare:

1. Spingere per un bilancio comunitario attraverso cui finanziare politiche di convergenza e di redistribuzione europee, meccanismi di condivisione dei rischi (come un’assicurazione europea contro la disoccupazione), e un maggiore rispetto degli equilibri macroeconomici, non solo in termini di spesa pubblica;

2. Offrire un impegno serio sui meccanismi di disciplina e sulla ricerca di maggiore competitività e sostenibilità economica: per intenderci, ridurre il debito e rilanciare la produttività;

Scegliere i giusti alleati

Nel 2018 il governo Gentiloni lavorò a un trattato tra Italia e Francia (del Quirinale) che avrebbe segnato una svolta di avvicinamento tra i due paesi. Il governo gialloverde ha invece invertito la rotta e sospeso i lavori, auto-escludendosi dal processo di riforma europeo. Sono molti i fronti, a partire dalla riforma dell’Eurozona, in cui il nostro interesse sarebbe in linea con paesi come Francia o Spagna. È quindi particolarmente ingenuo allontanarsi politicamente da questi, per di più in un momento così cruciale.

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